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It's hard to dance with a Devil on your back, so...

Immagine di Kyendo
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Di una immaginaria passeggiata notturna verso il mare

D'un tratto, un'idea mi balenò in testa; avrei potuto continuare a camminare nella notte, superare il passaggio a livello e affrontare il buio, un passo dopo l'altro proprio lì, sul ciglio del canale maltenuto che la natura guerrigliera ha riconvertito a torrente, evadendo completamente l'attenzione dei passanti, per lo più bagnanti estivi a malapena disposti a rispettare la distanza di sicurezza.
Il freddo del metallo delle chiavi di casa mi riporta nel mio corpo; devo aspettare che Piè e Luca si assicurino che io abbia varcato il portone. Crediamo ciò che vogliamo credere, né più, né meno; prove e fatti servono solo ad alimentare l'autoinganno che ci riproponiamo istante dopo istante.
La strada non è nuova, questo è un peccato. Lo è anche il fatto di avere una meta; raggiungerla significherà terminare il mio viaggio, forse iniziarne un altro. Un paio di auto mi segnalano con un non so che di bullismo che l'asfalto è per chi ha le ruote; non sono lì, e questo mi evita l'affanno di doverle schivare.
Non solo; il mio fantasma non deve neanche preoccuparsi di essere troppo visibile, quando la luce dei radi lampioni potrebbe svelare la presenza a qualche disperato avventore, né di esserlo poco per qualche libidinoso autista sbronzo.
Giunto al bivio, seguo il senso indicato dai cartelli, tanto per avere una sicurezza in più; ho deciso di girare a sinistra sull'Aversana, ex mulattiera che qualcuno ha sperato di redimere con un nuovo battessimo e qualche rotatoria di troppo. Il familiare odore delle vacche mi ricorda cento giornate in fila sotto il sole, e cento ancora: respirare a pieni polmoni, fa bene, lo so nonna!
Supero l'incrocio e quando scorgo il campo incolto sulla sinistra so che ormai manca poco; all'incrocio scendo sulla destra e mi chiedo se non sarebbe stato meglio dirigermi verso il Mermaid, tanto per avere un paio di testimoni, così, per ogni evenienza. Sono come un estraneo in patria: le 2 di notte trasformano la mia città in un posto mai visitato prima, ma ho la certezza che la via prosegue diritta fino allo sbocco sul lungomare. La prostituta appoggiata al lampione che segnala il traguardo mi chiede se ho voglia di divertirmi. Le rispondo che non le conviene, che non ho soldi con me; non credo mi abbia creduto, perché biascica qualcosa su uno sconto giovani.
Controllo che non arrivi qualche discotecaro pauroso di non riuscire a spaccarsi i timpani alla modica cifra di 25 euro, ed attraverso. Finalmente sono sulla pista ciclabile: domenica prossima mi farà tutto un altro effetto, sarò disgustato dal degrado in cui riversa, ma ora, visto il numero di puttane che battono ai lati della strada, il numero di preservativi usati mi sembra quasi basso; forse la gente è più civile di quanto credessi.
Scavalco la recinzione metallica, per metà abbattuta, e finalmente sento le scarpe affondare il quel misto di polvere e ghiaia che i gestori dei lidi balneari continuano a spacciare per sabbia. E lo annuso, il mare, prima di poterlo davvero vedere; l'odore di salsedine si unisce al freddo nelle narici.
Chiudo gli occhi, per liberarmi di quel bagliore giallastro e tremulo, e tendo l'orecchio: è calmo, percepisco a malapena il brusio dell'acqua, irregolare e docile. Dal momento che non sento alcun altro rumore, a parte quello dei piloti di formula uno alle mie spalle, mi arrischio in qualche passo cieco, cercando a tentoni di evitare il legno marcio del retro delle cabine che delimitano il corridoio che porta alla spiaggia libera. Quando la porosità umida del legno lascia il posto alla trama sintetica di un telo, mi concedo di nuovo il lusso della vista. Un calamaio colmo di densissimo inchiostro, che qua e la si increspa incendiandosi in bisce pallide e luminose come la luna, che scorgo alzando gli occhi nel bagliore del cielo inquinato. Non una stella visibile, ma forse è colpa della miopia.
Di colpo mi assale la nostalgia della notte sarda, quando il buio soffocava persino il respiro degli amici, e le stelle vibravano di luce fredda, incastonate all'interno di quella sfera che non avrei potuto distinguere dall'acqua, poiché anche lì quella straordinaria magia naturale che è la bioluminescenza accendeva delle vere e proprie galassie.
Decido che non è il caso di bagnare i piedi, tanto più che non posso vedere chi o cosa galleggia a pelo. Passeggio di lido in lido, il più silenziosamente possibile, per evitare di disturbare gli amanti rifugiati in una barchetta o su un lettino, fino ai cubi di roccia, dove mi arrischio ad accettare la gentilezza di una vecchia ragazza intenta a fumare una sigaretta, e che mi offre un sorso della sua birra. Peroni, tanto per cambiare.

[pc scarico... continua?]
Nota:
il titolo originale era "Di un manichino"; se ricordi di cosa avresti voluto scrivere, provaci ancora Charlie Brown.
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Della realizzazione di una verità

Non potrò essere un bravo scrittore.
Scrittore è, per me, colui il quale possiede l'empatia per annichilire sé stesso nei propri personaggi: non deve capire le sue creature, deve essere loro, al fine di recuperare l'unico motore degli eventi: la volontà.
Deve gestirne volontà, paure, desideri, gusti, ed essere in grado di recuperare sé stesso dall'universo in cui ha nebulizzato la propria visione delle cose.
È un maestro dell'arte dell'autoanalisi: che è un'arte appunto, e non una scienza. Niente di meno obbiettivo. Nessuno può suggerirti quando troncare l'approssimazione del tuo inconscio.

Ricollego infine l'analisi matematica alla psicologia: è l'unico punto su cui ritorno con una sorprendente coerenza.

Negli ultimi tempi, penso di nuovo spesso al suicidio; è una buona notizia, tutto sommato, perché fintanto che ci penso sono sicuro di non commetterlo, e ciò mi tranquillizza. Tento di essere l'analista di me stesso, di fatto con non poche difficoltà. Annoto le mie sensazioni, lascio che la soluzione si schiarisca e che il fondo si depositi e cristallizzi, al fine di riuscire, al momento giusto, a decifrare il mio stato d'animo attuale. Lo faccio con la pazienza di un ricercatore convinto delle proprie idee, ma senza strumentazione. Il mio personaggio, non io, è il frutto di un'analisi retrospettiva e ha difficoltà nel produrre aspettative sul futuro.
La mia donna è una proiezione della mia mente; è una pagina vuota, letteralmente, al punto che ho difficoltà ad immaginarne l'ingombro del seno ed il calore, il calore del corpo. Sogno di scriverle addosso le citazioni che preferisco, magari che preferiamo. Differisce da M. per il fatto che mi chiedo cosa desideri a sua volta.

Cosa sei diventato, ora che rileggi le tue parole?
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Dell'ultimo capitolo.

Un giorno, quando il nostro viaggio sarà al capolinea, o se siamo stati fortunati magari un po' prima, riguardando indietro ai giorni in cui la metà non era che un nebuloso miraggio, un giorno ripenseremo a tutte le storie che si sono intrecciate con la nostra.
Spero in quel giorno che l'affetto che mi lega oggi alle persone care possa accecarmi al punto di dimenticare le ferite; ché le cicatrici, morali e fisiche, non sono nient' altro che segnalibri.

Ma prima....
il mio personaggio deve imparare cos'è l'impegno, o il rischio è la deriva perpetua.
E Joyce vi ha già dedicato una produzione soddisfacente.
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Dell'intimità degli estranei, e dell'estraneità degli intimi.

Estranei svuotano il loro cervello sul muro,
il sangue gronda, grumoso,
fasullo come vernice rossa e reale
come la morte in uno schermo.

Scivola scarlatto sibilando in spirali,
posticcio fluire senz'altro sfogo.
Lo raccolgono in tazzine da caffè,
o nella cristalleria scadente di un cocktail.

Urla che reclamano una voce nello schiamazzo generale,
eppure, a malapena sussurri.
Non capisco,
ma talvolta mi adeguo.

È strano;
mi sono sempre sentito più al sicuro in un vecchio maglione,
che nudo in piazza.

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Dell'eroismo, e della modestia.

Centinaia di nomi ad indicare altrettanti individui notevoli affollano le pagine.
Fossi stato Gutenberg, avrei dovuto produrre un quantitativo ridicolo dei caratteri per poter scrivere il mio nome; assurdità doppia di G ed e!
(no, di G no, i caratteri per il maiuscolo ed il minuscolo sono distinti - facciamo solo di e)
Avrei Gutenberg potuto Gutenberg esigere Gutenberg che Gutenberg in Gutenberg ogni Gutenberg testo Gutenberg il Gutenberg mio Gutenberg nome Gutenberg si Gutenberg alternasse Gutenberg tra Gutenberg una Gutenberg parola Gutenberg e Gutenberg l'(Gutenberg)altra Gutenberg.
Ma la genialità non necessità ovazioni continue; non per come vorrei intenderla, per lo meno.
Ho bisogno che la genialità sia modesta: abbiamo fin troppo colpe collettive per poterci rallegrare per ogni successo del singolo.
Quanti geni tra i nostri defunti.
Sono affetto da sindrome del sopravvissuto: cosa faccio per meritarmi l'esistenza?
Dannato ordine cosmico: se solo avessi potuto donare qualche decennio in più ad Einstein...
Qualcuno si vota alla battaglia del diritto. Causa nobile, ma demistificabile: cosa farei non avendo nulla da offrire, se non la speranza che qualcuno abbia un giorno la possibilità di offrire qualcosa - se ho successo, si ricorderanno di me lo stesso, ed avrò raggiunto comunque il mio obbiettivo.
Sarò un nome, entrerò in eterno nell'Olimpo dei mortali. Potrei addirittura ispirare qualcuno, chi lo sa?

Persona orribile, a pensar questo degli eroi, no?
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Dell'inesorabilità

L'accelerometro schizza, i secondi diventano minuti, e poi ore, ed ancora anni, e lentamente ma all'improvviso avrò finito di scrivere, di studiare.
Se la vita fosse un'auto starei sbandando.
Nemmeno la fisica mi aiuta a capire come comportarmi.
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... piacere, Davide.

Leggo quello che ho scritto, e a malapena mi riconosco.
Scrivo ancora, correggo il tiro, cercando di rendere di me l'immagine che mi sono dato; ma è un'impresa  interminabile - così spesso vario!
Hai qualche cosa da dire? Scrivi!
... e se così non fosse?
Se scrivessi per cercare il mio messaggio... insomma, che male ci sarebbe? Chi ha deciso che senza messaggio non può esserci testo? Reinterpretiamo la creazione. Dio probabilmente iniziò a plasmare senza avere la minima idea di quello che stava facendo - forse è stato meglio così!
La punteggiatura fa capolino qua e là; troppo spesso sottovalutata, introduce commenti, ritma il discorso, ordina i pensieri. Esaltazione della punteggiatura come mezzo espressivo! Potenza del segno pregno di significato.
Sul serio, lo avrai capito.
Non sai che dire.
Eppure lo fai; qualcuno pensa che dovresti impiegare meglio questo tempo, ma se Pennac, Poe, Moore e tutti gli altri avessero dato retta alla società dell'utile oggi ci ritroveremmo più poveri. Ambiguità della società produttiva: finché sogni sei un illuso, ma dimostra che la tua parola è commerciabile e -abracadabra- ti ritroverai coperto di onorificenze. E da lì il tracollo è prossimo, come un musicista che componga per soldi, dimentico della propria anima che in origine non riusciva a contenere se non consentendole la fuga in forma di armonia.
Ma quel tempo è finito.
Ed anche il tempo in cui potevi sperare nella passione si è concluso da un po'.
La società reclama il tuo posto nella produzione, e tu puoi solo cedere.

E cederai, stanne pur certo.
Con affetto,
la tua infanzia.
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Della notte prima della Pasqua 2013


Cerca un incipit; qualsiasi cosa, inizia solo a scrivere. Le parole verranno da sé, come deve essere. Sei ubriaco ora (beh, più o meno, o forse al punto giusto), e non c'è momento migliore per conoscerti; accantona il progetto, e scrivi, fluisci nelle pagine, zampillando di qua e di là, così, a caso. Ché tutte 'ste cose studiate alla lunga stufano quelli come te: è a loro che ti rivolgi, lo sai questo, vero? Tu non vuoi un figlio, ma qualcuno che erediti il tuo animo – che misera eredità.
Un modo come un altro per superare la paura della morte, niente di più. Strano? Cosa c'è di più inutile di ciò che la parola “anormale” sta ad indicare? Chi ha dato al diritto all'uomo di valutare se un'azione ha senso o non ne ha? Un giudizio legale è tutt'altra cosa, ma così mutevoli sono le strutture che ci costruiamo per noi stessi, ed il gusto lo è altrettanto, che non si può parlare di “strano” senza riferirsi ad un luogo ed ad un tempo.
Certo, tu vivi qui ed oggi, e il passato ed il futuro potrebbero non esistere, per ciò di cui puoi avere esperienza; la tua stessa vita prima di questo istante potrebbe essere nulla più di una banale impressione – ci hai mai pensato?

Oppure si, rassegnati, non sarai mai altro che un attimo in un'eternità; e, sperando nella reincarnazione del pensiero, scrivi sperando di riconoscerti alla prossima occasione, ma non sai quanto t'illudi. Sarai diverso, un altro, è inevitabile. Non sarai mai più ciò che sei adesso. Ed il mondo non sarà più lo stesso.
Tutti potrebbero essere la stessa persona, ci pensi? Ognuno non farebbe altro che odiare sé stesso, amarsi, stuprarsi, capirsi... Tutti un'identica persona che non può riconoscersi, una e multipla, divertente!
O potresti essere un estraneo, il racconto di qualcuno che non sarai mai messo nelle condizioni di conoscere.
Tutto, e niente. Ecco il dramma.
Il vivere in società prevede per te un viaggio a tappe che mira ad una riproduzione come finale col botto: unico aspetto reale, la necessità di arrivare al punto di saper rispondere all'assillante serie di domande.
Chi sei? Chi vuoi essere?

Sobrietà. Certo so scrivere ancora, e forse anche in maniera più corretta, ma non posso continuare il discorso di ieri; non ne ho l'animo. Se mai dovessi diventare scrittore, o pittore, dovrei preoccuparmi di produrre l'opera in un getto unico, o potrei collezionare la più stravagante collezione di aborti dell'animo mai presentata al mondo. Sono problemi. Sarebbero problemi, se avessi abbastanza autostima da credere che realizzerò qualcosa.
Ed io ne ho di autostima, sul serio. Il problema e che credo di essere il meglio ed il peggio dell'essere umano, ed indeciso tra i due spesso mi ritrovo vegetante.
Chi sei, brutto idiota? Chi vuoi essere, fottuto genio?

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Delle ipotesi

Non facciamo altro che formulare ipotesi; ne formuliamo di continuo, basandoci sui dati che abbiamo a disposizione, e con estremo ottimismo, ogni verifica ed ogni confutazione sono dati in più per la prossima previsione.
Tutto questo per un istante di saggezza in cui possiamo affermare, anche solo con noi stessi:
"Non te l'avevo forse detto?".

Verrà il giorno in cui l'impensabile sarà realtà, ed ognuno si sorprenderà dell'imprevedibile; in quel giorno mi tirerò su ed urlerò a squarciagola che -sì,
effettivamente l'avevo detto.
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Dell'equazione senza soluzione

Se la vita è un'equazione, l'uomo non ha ancora capito come risolverla nemmeno con approssimazioni;
Peggio, non esiste nulla in grado di garantirgli che esista una soluzione.

Un problema senza una soluzione non è più un problema: è una condanna - all'ignoranza, all'insoddisfazione.
Se la vita è un'equazione, è qualcosa di molto simile a "The Game": quando te ne ricordi, hai perso.
Finché cerchi un senso, non lo troverai.
Cerca altro.
Non pensare, Pentothal, fai quello che vuoi, ma non pensare.
Non alzarti.
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Tu

Tu,
ipotetica seconda persona a cui rivolgo le mie lusinghe; ché se il fato mi diede in sorte il dono di esprimermi in maniera antiquata, l'esistenza mi maledisse col timore di rivelarmi apertamente alla persona reale.
Ti chiederei una cosa: e temo tu possa capire quale - non la dirò, per diamine.
Domani, forse.
In eterno, domani.
Sognare, domani;
oggi morire.

Così insignificante è il percorso, che lo traccio di nuovo, una volta, e poi un'altra.
Quando ogni tappa sembrerà una conquista senza che io debba aver inventato un contorto arabesco
sarò felice,
spero.

- Cedi, di già? Non è un po' prestino?
- Che vuoi farci... il mondo reclama.

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Pentothal


Tachicardia alle 2 meno venti.Odio Pentothal più che mai.Avrei voluto essere qualcun altro, qualcuno che non stesse a rimuginare su chi essere alle 2 meno venti; che fosse fuori, o dentro, e basta - invece di avere il corpo dentro e la testa fuori.Ho paura di addormentarmi, e di pubblicare; di essere ignorato, o, peggio ancora (non lo credo, ma suona bene) letto. Pensieri che ritrovano la loro onestà nel suono. Scrivo per calmare i battiti, e non credo funzioni. Oggi ho pensato allo scrivere, alle parole che devono erigere muri bianchi, isolarti dalla realtà, piuttosto che inquadrarla: letteratura di reclusione. Penso a molti, agli impensati; mi scopro a ricordare chi credevo di aver dimenticato, marchiati a fuoco sulla carne.L'odio è un sentimento molto più forte dell'amore.Ma indifferire è più semplice.


Non preoccuparti, lo sai che capita. Buona fortuna.
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Delle considerazioni banali ed inutili sul pensiero freudiano

Ho appena concluso la lettura di un trattato di Freud su ossessioni, fobie e paranoie, ed ho sentito l'impulso irresistibile di cominciare a scrivere per capire in che maniera sia mutato il mio pensiero nell'ambito della psiche umana.

Inizierò dicendo che prima di leggere il lavoro, ero decisamente restio ad attribuire alle pulsioni sessuali la centralità che lo psicanalista riconosce senza troppi dubbi. Dirò di più: proprio la curiosità di comprendere meglio il motivo che lo spingeva a supportare con tale forza la sua tesi è stata, almeno in principio, lo stimolo principale per affrontare una lettura tutt'altro che leggera, e che in realtà l'impegno richiesto era probabilmente superiore a quello che io ero disposto, od in grado, di impiegare.

Tuttavia, nonostante le numerose critiche che siano state mosse all'autore ed alla sua produzione, è impossibile non riconoscere a Freud il merito di una ricerca scientifica costante e vitale, portata avanti con grande intelligenza; mi riservo, in ogni caso, di informarmi su tali obiezioni in maniera più approfondita.

I miei problemi con ciò che ho interpretato del pensiero di Freud non sono pochi: in più di un'occasione mi è sembrato che egli si apprestasse alla materia come se muovesse i suoi passi da dogmi ed assiomi personali, che forse aveva pur dimostrato per sè stesso in una maniera che gli potesse sembrare efficace. Ma anche qui la mia scarsa conoscenza dell'argomento mi impedisce di pronunciarmi oltre.

Nel seguito, smetterò di parlare cercando di "parare i colpi"; lo farò qui, una volta per tutte, dicendo chiaramente che ciò che scriverò è frutto di impressioni personali, evidentemente suscettibili di errore.

Francamente, il primo ad essere soggetto a "fissazioni" mi è sembrato lo psicanalista stesso; pare quasi che egli, seppur in un primo momento abbia avuto il coraggio di gettarsi nel mare aperto dell'ignoto al fine di conquistare un nuovo atollo di conoscenza, abbia trovato uno scoglietto e vi si sia attaccato come una patella.
Mi spiego meglio.
Freud parte dall'idea che alla base delle psicopatologie vi siano cause sessuali (più interessante il discorso sulla predisposizione alle varie patologie stesse), e scegliendo questo o quell'elemento come punto di partenza, decompone l'esperienza del paziente di turno ricomponendola di volta in volta con artefici, a volte anche discutibili, pur di dimostrare l'efficacia del proprio metodo. Stavo cercando una citazione sul fatto che un paziente ammalato di un morbo sconosciuto otterrà tante diagnosi quanti sono gli specialisti da cui sarà visitato, ma non sono in grado di rintracciare la fonte (Pennac? Dot. House?), e probabilmente la citazione stessa è meno efficace di quello che mi sembra in questo momento.

Tuttavia, pur non sapendo se sia la mia visione ad essere cambiata nel corso della lettura, ed in maniera semi-indipendente da essa (sarebbe una coincidenza assai poco probabile), o se ancora soffro dell'influenza di una mente che tuttavia non mi vergogno di definire brillante, ultimamente sto riconoscendo al sesso un'importanza che prima gli negavo. In questo modo, reinterpreto le relazioni umane in termini di eros: con tale chiave di lettura, la scelta degli amici o l'allontanamento di questi entrerebbe in contatto con la soddisfazione o la delusione delle proprie aspettative erotiche nei confronti di questi. Si noti che dico erotiche, e non sessuali, e mi riservo in un momento che forse non verrà mai di discutere se la scelta sia convinta o frutto del pudore.

Detto ciò, il caldo mi distrae troppo dal discorso, e quindi concludo qui lasciando (momentaneamente?) in sospeso. Mi scuso per le boiate che posso aver scritto, ma se le avete lette, probabilmente ve le meritate (vi piace il sadismo?).
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Di un banale dilemma

Ora come ora, ritengo esagerato affermare di agire in base ad una "filosofia di vita" (sebbene può darsi che lo faccia, pur non avendola ancora individuata).
Tuttavia, sempre più spesso, discutendo con amici, conoscenti e, perché no, estranei, ribadisco la mia posizione: ci rendiamo conto della realtà solo nel momento in cui la percepiamo, e comunque nel modo in cui la rielaboriamo in maniera del tutto personale. Certo, spesso capita di trovare persone che condividano alcune delle nostre percezioni, almeno fino ad un  certo livello (credo che in fondo tale percezione non sia mai la stessa per due persone, ed addirittura in noi stessi essa cambi a seconda delle esperienze vissute e degli stati emotivi), ma questo non basta a convincermi che la realtà "oggettiva", ed intendo quella che dovrebbe pur esistere dal momento in cui noi la percepiamo e rielaboriamo, sia più importante di quella che creiamo in noi e per noi.

Ma... c'è un ma!
In questo quadro, non capisco in che maniera vadano interpretate le relazioni umane, che pure fin dai tempi degli antichi greci (e probabilmente anche prima) vengono elette ad esperienza imprescindibile dell'esistenza umana, diventandone addirittura, in alcuni casi, il fine ultimo.
Il mio dubbio, che probabilmente permetterebbe di comprendere meglio tutto questo mio sproloquio che a tratti potrebbe sembrare insensato (persino a me stesso) è difficile da esprimere in forma di domanda esplicita. In pratica, la mia visione soggettiva della realtà mi porta al contrasto tra la figura dell'altro come parte della mia esperienza e quella dell'altro come creatore di una realtà alternativa alla mia, seppur coesistente, di cui io non sono altro che un attore. Probabilmente non mi sono spiegato ancora bene.
Diciamo che mi sembra di essere l'autore di un libro che parla di un autore che scrive di me (ho davvero bisogno di leggere di più, se questo è il miglior modo in cui riesco ad esprimermi!).
Luca al telefono; continuerò (forse) in un altro momento.
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Della pateticità e del patetismo.


pateticità

[pa-te-ti-ci-tà] s.f. inv.
  • • Tono patetico e commovente, soprattutto in un'opera letteraria:situazione ricca di p.



    patetismo

    [pa-te-tì-smo] s.m.
    • • Carattere sentimentale e patetico; anche, sentimentalismo affettato


    A volte mi sembra impossibile che qualcuno possa leggere qualcosa di mio pugno: sono tremendamente insopportabile (persino in questo momento!).
    Quando mi rileggo avrei voglia di prendermi a pugni.



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Di ciò che ti piacerebbe essere.

Se potessi (ed in realtà potrei, dunque sarebbe meglio dire "Se volessi"... ma visto che se volessi essere qualcosa mi applicherei per diventarlo, ed è abbastanza evidente che così non è... continuo ad esprimermi col "potere") sarei un barbone. O un attore. O entrambi, contemporaneamente, o prima l'uno e poi l'altro, o viceversa.

Forse il modo più corretto per formulare la cosa è: se ti venisse offerta la possibilità di essere qualcun altro senza, cambiando radicalmente (o meno) la tua vita, in maniera tale che tu non debba effettivamente sentire di aver dovuto rinunciare a qualcosa per diventarne altro... cosa chiederesti di essere?

...
D' accordo. Facciamo così. Scordiamoci la prima risposta, e le spiegazioni che ancora mi frullano in testa, ma che a questo punto sono completamente inutili.

Se dovessi essere altro, mi piacerebbe essere qualcosa che non s' impelaghi inutilmente su una domanda idiota.

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Dei pensieri che mi vengono leggendo Bukowski, ma non necessariamente a lui leggati

Diciamolo francamente: inseguo una laurea che non mi interessa quanto dovrebbe per cercare di adattarmi ad una società che non mi rispecchia. Avrei bisogno della macchina strizza-fegato per riuscire ad adattarmi al mondo, e forse mi sottometterei spontaneamente al trattamento dopo un mesetto di bagordi.
Suonerà triste, ma non nutro grandi speranze sul futuro. O cambia il mondo, o cambio io; ed il mondo si basa su troppi millenni di stupidità in più di quanti io ne possa mai collezionare.
Sarò ripetitivo, ma forse la vita era più reale quando si combatteva per sopravvivere; i nostri avi hanno impiegato secoli e secoli ad accumulare saggezza e regole per garantirci la felicità ma, come accade quando i genitori si dimostrano troppo amorevoli, ci ritroviamo sotto una campana di vetro, soffocati dalla bambagia e quasi completamente incapaci di evadere dalla nostra prigione. Ma questo è "normale", l'idea l'ho deglutita da tempo, e la digestione è a buon punto.
Ciò che mi terrorizza è che aspetto di diventare un ingranaggio, per sentirmi parte del meccanismo: so che una vite dimenticata in un angolo perché superflua o difettosa ha poche chance di trovare un genio in grado di apprezzarla. Tutte le viti ancora inutilizzate, e le rondelle ammucchiate nello scatolo si lucidano a dovere per cercare di attirare l'attenzione dell'incapace artigiano di turno. Le più ambiziose cercano di diventare artigiani di sé stesse e per un po' riescono a dare alla loro esistenza un significato; ma alla fine scoprono di essere sempre stati nella catena di montaggio di Sua Eccellenza, la Stupidità Umana.

Nasci, cresci, studi, lavori, crei una famiglia, muori. Per secoli abbiamo avuto la faccia tosta di procreare la nostra specie impudente; abbiamo costruito rifugi per i randagi e trappole per gli uomini, contribuendo ad alimentare la confusione su argomenti come etica, morale, diritti e doveri.
Abbiamo... hanno! Molto umilmente posso accusarmi di essere ancora l'inutile individuo che sogna un mondo diverso, e cerco di convincermene con scarsi risultati.
Sono la voce che fa perdere il senso della vita; sono il sussurro che ti suggerisce di imbracciare un arma e di aiutare qualche povero malcapitato a concludere la sua tristezza. Sono la lucidità dopo l'orgasmo.

Vivere in questo modo è una sciocca via di mezzo tra libertà e prigionia: quale modo poi? Non saprei nemmeno descriverlo; vivere con l'illusione di potere tutto, quando tutti ti instillano ciò che devi ottenere.
Allungare la vita per aver più tempo da perdere, e guadagnare di più, per spendere di più, per arricchire di più, in modo che qualcuno, te compreso, possa scordarsi più a lungo della propria inutilità.

Illudiamoci, dunque, perché davvero non c'è altro modo per trascinarci sino a domani.
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Del quid

C'è qualcosa che non va; un ingranaggio che non funziona a dovere in quell'antichissimo ordigno che chiamano "cervello". Un errore di programmazione, qualche collegamento sballato che si rifiuta di trasmettere le informazioni in maniera corretta.

Non posso credere di aver paura di allontanarmi da una persona perché associo la situazione alla morte; eppure al solo parlarne sento un inquietante senso di vuoto nel torace e sotto i piedi. 
Le vertigini sono il modo che il mio corpo sceglie per comunicarmi che è d'accordo con me, un modo che spesso detesto quasi quanto il messaggio stesso.
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Della richiesta dell'indirizzo del blog


ti ordino di inviarmi il link del tuo blog! 
(la colpa è mia perchè ho scioccamente creduto che me lo sarei ricordato,però mi appello al fatto che una donna che urla in ogni modo suscita compassione e senso di colpa)


Così Enrica mi ha gentilmente chiesto l'accesso a questo covo di banali mostriciattoli, a questa tavolozza di pastrocchi cerebrali che ogni tanto accoglie un nuovo parto.
Nel chiedermi se fosse il caso di consegnarle l'indirizzo del mio nervo scoperto... penso, rifletto, deduco, trascrivo ed appunto.
Dubbi sul dare libero accesso alle mie parole, che comunque regalo agli inesistenti visitatori delle mie pagine; non capisco nemmeno il motivo della mia ostinazione.
Di continuo mi crogiolo nella consapevolezza dello scarso valore letterario dei miei periodi, pur covando nei loro confronti una sorta di segreta fierezza (ho in mente una robusta ragazza di colore che gesticola spasmodicamente urlando "Orgoglio! Fierezza!"... mi odio per questi pregiudizi insiti nella mia mente, ma in realtà adoro quest'immagine); e so che non basterebbe una persona a minare la cerimonia di auto-celebrazione che si svolge in eterno nel mio cranio, o a zittire i fischi dei manifestanti che richiedono a gran voce che tale scempio cessi all'istante.

-Le darò l'indirizzo, sia ben chiaro; ma prima volevo scriverle una sorta di benvenuto.
-Così almeno saremo in due a sapere di me!
-Per favore, fa' silenzio, che in questa storia non c'entri assolutamente niente!
M. si allontana, decisamente infastidita, e per una volta la trovo assolutamente impotente: esattamente come lei sia convinta di esserlo.
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Dell'età, e dei suoi subdoli trucchetti

L'età anagrafica ha poco valore, giusto quello di permetterci di stimare la data della nostra morte (anagrafica, anch'essa), in base alla vita media del nostro secolo, continente, sesso.
L'età "biologica" mi sembra già più interessante: non saprei citare la fonte (dannata memoria!), ma da qualche parte ho letto che nasciamo già più vecchi dei nostri genitori ed antenati.

Ma ciò che trovo assolutamente fondamentale è l'età letteraria: la biblioteca personale è in grado di dirci di una persona più di quanto essa stessa sappia fare, e certamente più della sua età anagrafica.
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Shake It Out

Dell'autore

Unknown
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Premettendo

Mi scuso per eventuali errori di battitura, distrazione, ignoranza.
Sono abbastanza puntiglioso, ma scrivendo di getto, capita che mi sfuggano diversi strafalcioni.
Quando (se) rileggo inorridisco per tutti quelli che incontrano il mio occhio; mi sembrano sassi spigolosi su quello che mi piacerebbe che fosse un sentiero erboso da percorrere a piedi nudi.

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