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It's hard to dance with a Devil on your back, so...

Immagine di Kyendo
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Del rientro in città

Rieccomi, approdo sicuro, pronto a ricevere le mie mute parole.

Due anni di silenzio, e tenterò di riallacciare il nostro antico tira-e-molla: dovrei chiamarti Charlie Brown!
E se non ricordassi come si fa?
Scrivere, scrivere di getto, finché il silenzio si fa più leggero, finché i pensieri riemergono come un'eco dal buio spazio circostante; sonar mentali per investigare la mente, per aiutarmi nella ricerca di me stesso.

"Questo non sei tu!"

Ecco il titolo, in un grazioso corsivo vecchio stile, troppo arzigogolato per sembrare sincero (un po' come me, a volte): "Questo non sei tu!".
Nero su bianco. Sei il mio Magritte personale; il mio Zibaldone.
Pensieri, alla rinfusa, che giocano a rincorrersi tra gli incroci di una città fantasma; che non allungano la propria ombra nella luce trasversale di un interminabile pomeriggio d'autunno, quando il mistero dell'oro sfugge ogni teoria del colore. Impalpabili, eppure concreti; alcuni poco più che traslucide ed informi nuvolette, altri decisamente più umani (lì, c'è un pensiero che ha la forma di un inquietante personaggio alla Lynch, nascosto dietro il cassonetto in un vicolo ottenebrato; sento i suoi occhi lampeggiarmi sul collo da un po', ma non sapevo come introdurlo).

Un bambino - anzi Il Bambino (archetipo infantile) - insegue col retino il pensiero di una farfalla, che gli sfugge, non per paura, ma per evitare che egli scopra quanto fragili sono le sue ali, e rimpianga il loro gioco eterno, proteggendo entrambi dalla contaminazione del Dolore.

È un vero piacere aver rivisto un po' tutti in giro e si, sono contento che stiate bene, e no, non mi pare ci siano particolari novità e chissà, e forse, e...

Stasera spero che Amicizia e Alcool siano dei nostri; dite a tutti di fare un salto, ed al sole di tramontare per un po', che tutta questa luce è magnifica, ma il cielo notturno è un confidente migliore.
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Dei pensieri ispirati da Hesse.

Seduto sulla poltrona a sacco color arancio ed immerso, ora più ora meno, nella lettura di Siddharta, che reggo con la mano destra mentre la sua gemella sinistra pesca alla cieca spicchi di finocchio rinfrescante dalla ciotola poggiata sulla sedia, all'improvviso spingo lo sguardo all'esterno: l'occhio abbraccia le familiari sagome delle case di vicini noti e sconosciuti, i muretti in pietra e le stradicciole in cemento bianco brillare della luce riflessa del sole; per l'aria pungente una brezza leggera ed insistente culla le cime dei cipressi, e scroscia l'edera sulla parete esterna del palazzo più vicino alla mia casa, dalla parte del mare.

Il pensiero risale all'indietro, e quasi contemporaneamente procede in avanti, sempre ed inevitabilmente ben saldo nel presente, come la luce che si propaga lungo una stessa direzione ma in versi opposti da un'unica sorgente.
Muta il paesaggio, mutano i luoghi, muta il mondo: non ovunque con la stessa rapidità, ma spesso più lentamente di quanto non mutiamo noi stessi, e le nostre impressioni. Centinaia di uomini sono morti ed altri moriranno qui dove io mi sono fermato a riflettere; altrettanti sono nati o lo faranno.
Tutto si rinnova, nulla cambia.
Rivolgo la mente ed il sorriso a chi è passato e a chi deve ancora venire. Tengo vivo con la mente il ricordo di perfetti sconosciuti: chi ha detto che si possa ricordare solo ciò che ci è stato noto?

Qualcuno un giorno sarà al mio posto, altri lo hanno già fatto. Non le grandi imprese rendono gli uomini immortali, ma la capacità, spesso sottovalutata, di provare empatia gli uni per gli altri, e per ogni cosa che esiste.
All'improvviso, un sabato mattina, ho smesso per un istante di temere di non riuscire nell'impresa umana, di segnare che tra mille, anche io sono qui, oggi.
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Dell'ultimo capitolo.

Un giorno, quando il nostro viaggio sarà al capolinea, o se siamo stati fortunati magari un po' prima, riguardando indietro ai giorni in cui la metà non era che un nebuloso miraggio, un giorno ripenseremo a tutte le storie che si sono intrecciate con la nostra.
Spero in quel giorno che l'affetto che mi lega oggi alle persone care possa accecarmi al punto di dimenticare le ferite; ché le cicatrici, morali e fisiche, non sono nient' altro che segnalibri.

Ma prima....
il mio personaggio deve imparare cos'è l'impegno, o il rischio è la deriva perpetua.
E Joyce vi ha già dedicato una produzione soddisfacente.
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Dell'intimità degli estranei, e dell'estraneità degli intimi.

Estranei svuotano il loro cervello sul muro,
il sangue gronda, grumoso,
fasullo come vernice rossa e reale
come la morte in uno schermo.

Scivola scarlatto sibilando in spirali,
posticcio fluire senz'altro sfogo.
Lo raccolgono in tazzine da caffè,
o nella cristalleria scadente di un cocktail.

Urla che reclamano una voce nello schiamazzo generale,
eppure, a malapena sussurri.
Non capisco,
ma talvolta mi adeguo.

È strano;
mi sono sempre sentito più al sicuro in un vecchio maglione,
che nudo in piazza.

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Dell'eroismo, e della modestia.

Centinaia di nomi ad indicare altrettanti individui notevoli affollano le pagine.
Fossi stato Gutenberg, avrei dovuto produrre un quantitativo ridicolo dei caratteri per poter scrivere il mio nome; assurdità doppia di G ed e!
(no, di G no, i caratteri per il maiuscolo ed il minuscolo sono distinti - facciamo solo di e)
Avrei Gutenberg potuto Gutenberg esigere Gutenberg che Gutenberg in Gutenberg ogni Gutenberg testo Gutenberg il Gutenberg mio Gutenberg nome Gutenberg si Gutenberg alternasse Gutenberg tra Gutenberg una Gutenberg parola Gutenberg e Gutenberg l'(Gutenberg)altra Gutenberg.
Ma la genialità non necessità ovazioni continue; non per come vorrei intenderla, per lo meno.
Ho bisogno che la genialità sia modesta: abbiamo fin troppo colpe collettive per poterci rallegrare per ogni successo del singolo.
Quanti geni tra i nostri defunti.
Sono affetto da sindrome del sopravvissuto: cosa faccio per meritarmi l'esistenza?
Dannato ordine cosmico: se solo avessi potuto donare qualche decennio in più ad Einstein...
Qualcuno si vota alla battaglia del diritto. Causa nobile, ma demistificabile: cosa farei non avendo nulla da offrire, se non la speranza che qualcuno abbia un giorno la possibilità di offrire qualcosa - se ho successo, si ricorderanno di me lo stesso, ed avrò raggiunto comunque il mio obbiettivo.
Sarò un nome, entrerò in eterno nell'Olimpo dei mortali. Potrei addirittura ispirare qualcuno, chi lo sa?

Persona orribile, a pensar questo degli eroi, no?
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Spaccato - assolutamente soggettivo - della società moderna

Ogni volta che riprendo a scrivere in questo blog, anche -sopratutto- quando non me ne rendo davvero conto, lo faccio perché ho la sensazione che nessuno vorrebbe subire i miei vaniloqui; il che è stupido, dato che i miei amici restano pazientemente ad ascoltare, quando decido di leggere loro qualche stralcio di pensiero. La verità potrebbe essere che sono io a cedere al mio pessimismo, quando non gliene parlo.

Trascorro gli ultimi giorni leggendo "The walking dead" e studiando le leggi della termodinamica, concedendomi qualche break per un caffè, una sigaretta o un po' di sana tv spazzatura; anche quando esco per passare la serata in compagnia, spesso impiego un bel po' di tempo prima di sentirmi davvero a mio agio, e ricorro all'alcool per velocizzare il processo.
Non sono un alcolizzato, sono solo un figlio della mia epoca che cerca di analizzarsi al meglio delle sue facoltà, nei momenti di ottimismo come in quelli bui, per cercare risposte a domande che non ho mai saputo nemmeno ben porre.

Quando la nostra epoca sarà solo l'ennesimo capitolo dei libri di storia, ed il mio "io pensante" sarà bello che andato, qualcuno potrebbe trovare interessante analizzare i miei scritti - o magari no, davvero non saprei. Di fatto, al momento sono io a sentire la necessità di collezionare piccole ampolle di pensieri, dunque si comincia.
Italia, anno 2013.
Si fa un gran parlare di crisi (economica, morale, mondiale, e chi più ne ha più ne metta!), il che mi ricorda quando a scuola si studiano quei lunghi periodi di stasi che precedono avvenimenti epocali, ma non si è davvero in grado di cogliere l'umore delle persone, né tantomeno la loro individualità.
Il mondo sembra completamente impazzito, e non di rado capita di leggere o sentire le cronache dei suicidi, persone disperate che senza un lavoro non sanno come tirare avanti in una società che li identifica con il capitale di cui dispongono.
Le ultime elezioni hanno dimostrato che il cambiamento è possibile, ma il sogno è durato fin troppo poco, poiché la forza della disperazione non permette che un ultimo guizzo di fiamma (nulla di nuovo, sono sicuro che sarà già successo in mille luoghi ed occasioni, ma detestavo davvero troppo la storia per essere in grado di riportare qualche esempio).
Il problema -credo- è che non siamo in grado di immaginare un'organizzazione migliore, se non a toni sfumati quanto uno sfondo di Leonardo; ed anche chi fa delle proprie ipotesi certezza non può davvero essere in grado di prevedere le conseguenze a cui il più piccolo disagio può condurre, accrescendosi di anno in anno. Se devo essere onesto, trovo assolutamente stupido l'organizzazione in Stati che ci siamo dati; abbiamo i mezzi che potrebbero permettere a chiunque di vivere nella maniera che vuole e nel posto che ha sempre sognato, ma ognuno è troppo impegnato a racimolare per sè quanto più gli è possibile per preoccuparsi dell'altro. Ora capisco meglio il motivo che ha spinto storicamente il genere umano a credere che dopo la vita esista un posto migliore; non solo la speranza, ma il potere contenitivo  di trattenere la violenta indole umana è stato effettivamente qualcosa di necessario per permettere al nostro genere di attraversare i secoli. Quando essa viene meno, possiamo decidere di percorrere tre vie: cedere alle leggi della società, o quanto meno giungere a compromessi con esse, magari cercando di cambiarle a passi più o meno lunghi; ascoltare la natura brutale e ricorrere ad ogni mezzo pur di vivere secondo gli standard di quello che ci viene proposto come ideale di ricchezza; imparare di nuovo a gioire delle piccole cose -una bella giornata, il cinguettio degli uccelli, i raggi caldi del sole sulla pelle- e lasciare alle nostre elucubrazioni il ruolo di piccole investigazioni nel mare dell'ignoto.
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Dell'inesorabilità

L'accelerometro schizza, i secondi diventano minuti, e poi ore, ed ancora anni, e lentamente ma all'improvviso avrò finito di scrivere, di studiare.
Se la vita fosse un'auto starei sbandando.
Nemmeno la fisica mi aiuta a capire come comportarmi.
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... piacere, Davide.

Leggo quello che ho scritto, e a malapena mi riconosco.
Scrivo ancora, correggo il tiro, cercando di rendere di me l'immagine che mi sono dato; ma è un'impresa  interminabile - così spesso vario!
Hai qualche cosa da dire? Scrivi!
... e se così non fosse?
Se scrivessi per cercare il mio messaggio... insomma, che male ci sarebbe? Chi ha deciso che senza messaggio non può esserci testo? Reinterpretiamo la creazione. Dio probabilmente iniziò a plasmare senza avere la minima idea di quello che stava facendo - forse è stato meglio così!
La punteggiatura fa capolino qua e là; troppo spesso sottovalutata, introduce commenti, ritma il discorso, ordina i pensieri. Esaltazione della punteggiatura come mezzo espressivo! Potenza del segno pregno di significato.
Sul serio, lo avrai capito.
Non sai che dire.
Eppure lo fai; qualcuno pensa che dovresti impiegare meglio questo tempo, ma se Pennac, Poe, Moore e tutti gli altri avessero dato retta alla società dell'utile oggi ci ritroveremmo più poveri. Ambiguità della società produttiva: finché sogni sei un illuso, ma dimostra che la tua parola è commerciabile e -abracadabra- ti ritroverai coperto di onorificenze. E da lì il tracollo è prossimo, come un musicista che componga per soldi, dimentico della propria anima che in origine non riusciva a contenere se non consentendole la fuga in forma di armonia.
Ma quel tempo è finito.
Ed anche il tempo in cui potevi sperare nella passione si è concluso da un po'.
La società reclama il tuo posto nella produzione, e tu puoi solo cedere.

E cederai, stanne pur certo.
Con affetto,
la tua infanzia.
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Della notte prima della Pasqua 2013


Cerca un incipit; qualsiasi cosa, inizia solo a scrivere. Le parole verranno da sé, come deve essere. Sei ubriaco ora (beh, più o meno, o forse al punto giusto), e non c'è momento migliore per conoscerti; accantona il progetto, e scrivi, fluisci nelle pagine, zampillando di qua e di là, così, a caso. Ché tutte 'ste cose studiate alla lunga stufano quelli come te: è a loro che ti rivolgi, lo sai questo, vero? Tu non vuoi un figlio, ma qualcuno che erediti il tuo animo – che misera eredità.
Un modo come un altro per superare la paura della morte, niente di più. Strano? Cosa c'è di più inutile di ciò che la parola “anormale” sta ad indicare? Chi ha dato al diritto all'uomo di valutare se un'azione ha senso o non ne ha? Un giudizio legale è tutt'altra cosa, ma così mutevoli sono le strutture che ci costruiamo per noi stessi, ed il gusto lo è altrettanto, che non si può parlare di “strano” senza riferirsi ad un luogo ed ad un tempo.
Certo, tu vivi qui ed oggi, e il passato ed il futuro potrebbero non esistere, per ciò di cui puoi avere esperienza; la tua stessa vita prima di questo istante potrebbe essere nulla più di una banale impressione – ci hai mai pensato?

Oppure si, rassegnati, non sarai mai altro che un attimo in un'eternità; e, sperando nella reincarnazione del pensiero, scrivi sperando di riconoscerti alla prossima occasione, ma non sai quanto t'illudi. Sarai diverso, un altro, è inevitabile. Non sarai mai più ciò che sei adesso. Ed il mondo non sarà più lo stesso.
Tutti potrebbero essere la stessa persona, ci pensi? Ognuno non farebbe altro che odiare sé stesso, amarsi, stuprarsi, capirsi... Tutti un'identica persona che non può riconoscersi, una e multipla, divertente!
O potresti essere un estraneo, il racconto di qualcuno che non sarai mai messo nelle condizioni di conoscere.
Tutto, e niente. Ecco il dramma.
Il vivere in società prevede per te un viaggio a tappe che mira ad una riproduzione come finale col botto: unico aspetto reale, la necessità di arrivare al punto di saper rispondere all'assillante serie di domande.
Chi sei? Chi vuoi essere?

Sobrietà. Certo so scrivere ancora, e forse anche in maniera più corretta, ma non posso continuare il discorso di ieri; non ne ho l'animo. Se mai dovessi diventare scrittore, o pittore, dovrei preoccuparmi di produrre l'opera in un getto unico, o potrei collezionare la più stravagante collezione di aborti dell'animo mai presentata al mondo. Sono problemi. Sarebbero problemi, se avessi abbastanza autostima da credere che realizzerò qualcosa.
Ed io ne ho di autostima, sul serio. Il problema e che credo di essere il meglio ed il peggio dell'essere umano, ed indeciso tra i due spesso mi ritrovo vegetante.
Chi sei, brutto idiota? Chi vuoi essere, fottuto genio?

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Delle ipotesi

Non facciamo altro che formulare ipotesi; ne formuliamo di continuo, basandoci sui dati che abbiamo a disposizione, e con estremo ottimismo, ogni verifica ed ogni confutazione sono dati in più per la prossima previsione.
Tutto questo per un istante di saggezza in cui possiamo affermare, anche solo con noi stessi:
"Non te l'avevo forse detto?".

Verrà il giorno in cui l'impensabile sarà realtà, ed ognuno si sorprenderà dell'imprevedibile; in quel giorno mi tirerò su ed urlerò a squarciagola che -sì,
effettivamente l'avevo detto.
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Dell'equazione senza soluzione

Se la vita è un'equazione, l'uomo non ha ancora capito come risolverla nemmeno con approssimazioni;
Peggio, non esiste nulla in grado di garantirgli che esista una soluzione.

Un problema senza una soluzione non è più un problema: è una condanna - all'ignoranza, all'insoddisfazione.
Se la vita è un'equazione, è qualcosa di molto simile a "The Game": quando te ne ricordi, hai perso.
Finché cerchi un senso, non lo troverai.
Cerca altro.
Non pensare, Pentothal, fai quello che vuoi, ma non pensare.
Non alzarti.
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Tu

Tu,
ipotetica seconda persona a cui rivolgo le mie lusinghe; ché se il fato mi diede in sorte il dono di esprimermi in maniera antiquata, l'esistenza mi maledisse col timore di rivelarmi apertamente alla persona reale.
Ti chiederei una cosa: e temo tu possa capire quale - non la dirò, per diamine.
Domani, forse.
In eterno, domani.
Sognare, domani;
oggi morire.

Così insignificante è il percorso, che lo traccio di nuovo, una volta, e poi un'altra.
Quando ogni tappa sembrerà una conquista senza che io debba aver inventato un contorto arabesco
sarò felice,
spero.

- Cedi, di già? Non è un po' prestino?
- Che vuoi farci... il mondo reclama.

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Pentothal


Tachicardia alle 2 meno venti.Odio Pentothal più che mai.Avrei voluto essere qualcun altro, qualcuno che non stesse a rimuginare su chi essere alle 2 meno venti; che fosse fuori, o dentro, e basta - invece di avere il corpo dentro e la testa fuori.Ho paura di addormentarmi, e di pubblicare; di essere ignorato, o, peggio ancora (non lo credo, ma suona bene) letto. Pensieri che ritrovano la loro onestà nel suono. Scrivo per calmare i battiti, e non credo funzioni. Oggi ho pensato allo scrivere, alle parole che devono erigere muri bianchi, isolarti dalla realtà, piuttosto che inquadrarla: letteratura di reclusione. Penso a molti, agli impensati; mi scopro a ricordare chi credevo di aver dimenticato, marchiati a fuoco sulla carne.L'odio è un sentimento molto più forte dell'amore.Ma indifferire è più semplice.


Non preoccuparti, lo sai che capita. Buona fortuna.
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Di una serata con gli amici

Pur avendo ingurgitato la mia dose standard di veleno, l'effetto desiderato tardava a comparire; il cervello non riusciva ad evadere dalla cella cranica, e le parole che il Demone mi sussurrava all'orecchio s'insinuavano sibilanti nel labirinto, facendosi strada fino al pensiero, e rimbalzando all'interno della testa raggiungevano tutte le pieghe di esso.
- Di cosa stanno parlando? - chiedeva il Demone; - Tu sai che loro esistono finché tu sei disposto ad accettarli come reali. Rinnegali. Elidili dalla tua vita. Solo così passerà questo senso di inappropriatezza, così solo cesserà tutto, e ti ritroverai nel limbo. Solo così cesserai di provare, e così di esistere.-

Non riuscendo a trovare la forza necessaria per sbarazzarmi del debito, continuavo a chiamare i miei neuroni a raccolta, perché ascoltassero il nuovo canto di battaglia, e smettessero di prestare attenzione a quella vocina subdola.

"Shake it out, shake it out
Shake it out, shake it out
Woah

Shake it out, shake it out
Shake it out, shake it out
Woah
It's hard to dane with a devil on your back
So shake him off"
[Shake it out - Florence + The Machine]

Ma appena smettevo di intonare l'inno, la vocina ricompariva ad infestarmi la mente.
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Delle considerazioni banali ed inutili sul pensiero freudiano

Ho appena concluso la lettura di un trattato di Freud su ossessioni, fobie e paranoie, ed ho sentito l'impulso irresistibile di cominciare a scrivere per capire in che maniera sia mutato il mio pensiero nell'ambito della psiche umana.

Inizierò dicendo che prima di leggere il lavoro, ero decisamente restio ad attribuire alle pulsioni sessuali la centralità che lo psicanalista riconosce senza troppi dubbi. Dirò di più: proprio la curiosità di comprendere meglio il motivo che lo spingeva a supportare con tale forza la sua tesi è stata, almeno in principio, lo stimolo principale per affrontare una lettura tutt'altro che leggera, e che in realtà l'impegno richiesto era probabilmente superiore a quello che io ero disposto, od in grado, di impiegare.

Tuttavia, nonostante le numerose critiche che siano state mosse all'autore ed alla sua produzione, è impossibile non riconoscere a Freud il merito di una ricerca scientifica costante e vitale, portata avanti con grande intelligenza; mi riservo, in ogni caso, di informarmi su tali obiezioni in maniera più approfondita.

I miei problemi con ciò che ho interpretato del pensiero di Freud non sono pochi: in più di un'occasione mi è sembrato che egli si apprestasse alla materia come se muovesse i suoi passi da dogmi ed assiomi personali, che forse aveva pur dimostrato per sè stesso in una maniera che gli potesse sembrare efficace. Ma anche qui la mia scarsa conoscenza dell'argomento mi impedisce di pronunciarmi oltre.

Nel seguito, smetterò di parlare cercando di "parare i colpi"; lo farò qui, una volta per tutte, dicendo chiaramente che ciò che scriverò è frutto di impressioni personali, evidentemente suscettibili di errore.

Francamente, il primo ad essere soggetto a "fissazioni" mi è sembrato lo psicanalista stesso; pare quasi che egli, seppur in un primo momento abbia avuto il coraggio di gettarsi nel mare aperto dell'ignoto al fine di conquistare un nuovo atollo di conoscenza, abbia trovato uno scoglietto e vi si sia attaccato come una patella.
Mi spiego meglio.
Freud parte dall'idea che alla base delle psicopatologie vi siano cause sessuali (più interessante il discorso sulla predisposizione alle varie patologie stesse), e scegliendo questo o quell'elemento come punto di partenza, decompone l'esperienza del paziente di turno ricomponendola di volta in volta con artefici, a volte anche discutibili, pur di dimostrare l'efficacia del proprio metodo. Stavo cercando una citazione sul fatto che un paziente ammalato di un morbo sconosciuto otterrà tante diagnosi quanti sono gli specialisti da cui sarà visitato, ma non sono in grado di rintracciare la fonte (Pennac? Dot. House?), e probabilmente la citazione stessa è meno efficace di quello che mi sembra in questo momento.

Tuttavia, pur non sapendo se sia la mia visione ad essere cambiata nel corso della lettura, ed in maniera semi-indipendente da essa (sarebbe una coincidenza assai poco probabile), o se ancora soffro dell'influenza di una mente che tuttavia non mi vergogno di definire brillante, ultimamente sto riconoscendo al sesso un'importanza che prima gli negavo. In questo modo, reinterpreto le relazioni umane in termini di eros: con tale chiave di lettura, la scelta degli amici o l'allontanamento di questi entrerebbe in contatto con la soddisfazione o la delusione delle proprie aspettative erotiche nei confronti di questi. Si noti che dico erotiche, e non sessuali, e mi riservo in un momento che forse non verrà mai di discutere se la scelta sia convinta o frutto del pudore.

Detto ciò, il caldo mi distrae troppo dal discorso, e quindi concludo qui lasciando (momentaneamente?) in sospeso. Mi scuso per le boiate che posso aver scritto, ma se le avete lette, probabilmente ve le meritate (vi piace il sadismo?).
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Di un banale dilemma

Ora come ora, ritengo esagerato affermare di agire in base ad una "filosofia di vita" (sebbene può darsi che lo faccia, pur non avendola ancora individuata).
Tuttavia, sempre più spesso, discutendo con amici, conoscenti e, perché no, estranei, ribadisco la mia posizione: ci rendiamo conto della realtà solo nel momento in cui la percepiamo, e comunque nel modo in cui la rielaboriamo in maniera del tutto personale. Certo, spesso capita di trovare persone che condividano alcune delle nostre percezioni, almeno fino ad un  certo livello (credo che in fondo tale percezione non sia mai la stessa per due persone, ed addirittura in noi stessi essa cambi a seconda delle esperienze vissute e degli stati emotivi), ma questo non basta a convincermi che la realtà "oggettiva", ed intendo quella che dovrebbe pur esistere dal momento in cui noi la percepiamo e rielaboriamo, sia più importante di quella che creiamo in noi e per noi.

Ma... c'è un ma!
In questo quadro, non capisco in che maniera vadano interpretate le relazioni umane, che pure fin dai tempi degli antichi greci (e probabilmente anche prima) vengono elette ad esperienza imprescindibile dell'esistenza umana, diventandone addirittura, in alcuni casi, il fine ultimo.
Il mio dubbio, che probabilmente permetterebbe di comprendere meglio tutto questo mio sproloquio che a tratti potrebbe sembrare insensato (persino a me stesso) è difficile da esprimere in forma di domanda esplicita. In pratica, la mia visione soggettiva della realtà mi porta al contrasto tra la figura dell'altro come parte della mia esperienza e quella dell'altro come creatore di una realtà alternativa alla mia, seppur coesistente, di cui io non sono altro che un attore. Probabilmente non mi sono spiegato ancora bene.
Diciamo che mi sembra di essere l'autore di un libro che parla di un autore che scrive di me (ho davvero bisogno di leggere di più, se questo è il miglior modo in cui riesco ad esprimermi!).
Luca al telefono; continuerò (forse) in un altro momento.
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Di ciò che ti piacerebbe essere.

Se potessi (ed in realtà potrei, dunque sarebbe meglio dire "Se volessi"... ma visto che se volessi essere qualcosa mi applicherei per diventarlo, ed è abbastanza evidente che così non è... continuo ad esprimermi col "potere") sarei un barbone. O un attore. O entrambi, contemporaneamente, o prima l'uno e poi l'altro, o viceversa.

Forse il modo più corretto per formulare la cosa è: se ti venisse offerta la possibilità di essere qualcun altro senza, cambiando radicalmente (o meno) la tua vita, in maniera tale che tu non debba effettivamente sentire di aver dovuto rinunciare a qualcosa per diventarne altro... cosa chiederesti di essere?

...
D' accordo. Facciamo così. Scordiamoci la prima risposta, e le spiegazioni che ancora mi frullano in testa, ma che a questo punto sono completamente inutili.

Se dovessi essere altro, mi piacerebbe essere qualcosa che non s' impelaghi inutilmente su una domanda idiota.

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Di una storia.

- Di cosa ti piacerebbe scrivere?
-...

- C' è un ragazzo.
- Ce ne sono tanti; altri ce ne sono stati e ce ne saranno. Cosa ha di speciale questo ragazzo?
- Lui... lui cerca la sua strada, la sua vocazione.
- Un po' come tutti. - Mi fa osservare.
- O quasi! - La correggo.
Non ride. Nemmeno un accenno di sorriso. Mi scuso.
- Fa niente. Sai che stai usando la punteggiatura sbagliata?
- Chi lo ha deciso?
- Non saprei. Ma è così.
- Alcuni hanno abolito la punteggiatura, prima di me.
- Si, ma lo hanno fatto con uno scopo, per rafforzare il messaggio dietro le loro parole. Ma tu dubiti persino di avere un messaggio da trasmettere.
- Ci penseremo poi. - Concludo.
- Come preferisci; ritorniamo al tuo ragazzo: hai detto che cerca la sua strada. Come?
- Aspettando che la corrente cambi direzione, aspettando quella che lo porti alla meta.
- Ovvero?
- La felicità.
- Sembra abbastanza banale - Storce la bocca.
- Lo so.
- E ... aspetta, e basta? Non cerca la corrente giusta per lui?
- Non saprebbe dove guardare. Sulla riva ha conosciuto diversi altri ragazzi, ed alla fine tutti si sono tuffati. Altri hanno preso il loro posto, ma dopo un paio di ricambi si è stancato di accendere sentimenti destinati a spegnersi, perché ogni volta che deve salutare qualcuno, si spegne un po' anche lui: ma sa che non può permettersi una cosa del genere, perché anche una volta trovata la corrente giusta, si aspetta un viaggio poco riposante, e deve riuscire a conservare le sue energie.
- Dimmi di più.
- Non si è reso conto che in realtà è già trascinato dalla corrente, da un'altra, non la sua. Ogni tanto lo intuisce, ma il fiume scorre così lentamente che quando succede osserva le acque, e le vede immobili. E allora ricomincia tranquillamente ad osservare.
- Mi sembra che in realtà sia assolutamente consapevole di non essere davvero fermo.
- ...

- Forse... anzi, hai quasi certamente ragione. Allora diciamo che non vuole ammetterlo con sé stesso.
- Perché? Quale problema ci potrebbe mai essere nell' ammettere che la sua situazione è diversa?
- Non saprei... Qualcosa che ha a che fare con l' orgoglio, forse. Ecco, non potrebbe più vantarsi della propria ostinazione, o qualcosa del genere, insomma.
- Scusami, ma onestamente mi sembra abbastanza stupido. Se non sa da dove parte, progetterà per sempre un viaggio impossibile.
- Magari in realtà non gli interessa nemmeno raggiungere la meta: può darsi che preferisca programmare il viaggio. Immaginarlo.
- Piuttosto che viverlo... Come se qualcuno intendesse diventare chef senza il senso del gusto, o pittore senza la vista, o musicista senza udito, e si dedicasse a studiare la propria arte pur sapendo che in realtà non avrà mai l' occasione di abbracciarla per intero. Secondo me dovrebbe ammettere che la meta ed il viaggio che sta scegliendo per sé non sono quelli adatti.
Non ho ben afferrato la similitudine, ma le è uscita dalle labbra in un soffio così convincente e spontaneo, che mi sorprendo ad annuire.
- Torniamo all' inizio, dunque. Se non sa quale sia il viaggio, ma attende... come definirla... una sorta di ispirazione, come puoi dire che il viaggio che ha scelto per sé non è quello giusto? Come puoi dire che la sua meta non sia quella giusta?
- Lo hai detto tu, prima di me. Ho soltanto tradotto in una maniera più esplicita.
Potrebbe aver ragione, e la cosa mi terrorizza. Non so cosa dico, ma lo dico; millenni di evoluzione del cervello che se ne scendono allegramente per lo sciacquone di sua divinità, il Caos.

- Se aprisse una sorta di agenzia di viaggio? Consigli per gli impavidi. Stando sulla riva ha ormai imparato a capire gli altri ragazzi, o almeno così gli pare. Sa individuare la corrente per gli altri, ma non la sua. Magari la sua è una pozzanghera, e lui ci sguazza dentro già da un po', senza che sia stato mai in grado di accorgersene.
- E dove lo ptrebbe mai condurre un pozzanghera? Quale straordinario viaggio impervio potrà mai affrontare, fermo sempre nello stesso posto?


Mi sono interrotto. Ho perso il filo, ancora una volta.
M. se n' è accorta.
- Riflettici un po' su; quando avrai una risposta decente, sai dove trovarmi.
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Dei pensieri che mi vengono leggendo Bukowski, ma non necessariamente a lui leggati

Diciamolo francamente: inseguo una laurea che non mi interessa quanto dovrebbe per cercare di adattarmi ad una società che non mi rispecchia. Avrei bisogno della macchina strizza-fegato per riuscire ad adattarmi al mondo, e forse mi sottometterei spontaneamente al trattamento dopo un mesetto di bagordi.
Suonerà triste, ma non nutro grandi speranze sul futuro. O cambia il mondo, o cambio io; ed il mondo si basa su troppi millenni di stupidità in più di quanti io ne possa mai collezionare.
Sarò ripetitivo, ma forse la vita era più reale quando si combatteva per sopravvivere; i nostri avi hanno impiegato secoli e secoli ad accumulare saggezza e regole per garantirci la felicità ma, come accade quando i genitori si dimostrano troppo amorevoli, ci ritroviamo sotto una campana di vetro, soffocati dalla bambagia e quasi completamente incapaci di evadere dalla nostra prigione. Ma questo è "normale", l'idea l'ho deglutita da tempo, e la digestione è a buon punto.
Ciò che mi terrorizza è che aspetto di diventare un ingranaggio, per sentirmi parte del meccanismo: so che una vite dimenticata in un angolo perché superflua o difettosa ha poche chance di trovare un genio in grado di apprezzarla. Tutte le viti ancora inutilizzate, e le rondelle ammucchiate nello scatolo si lucidano a dovere per cercare di attirare l'attenzione dell'incapace artigiano di turno. Le più ambiziose cercano di diventare artigiani di sé stesse e per un po' riescono a dare alla loro esistenza un significato; ma alla fine scoprono di essere sempre stati nella catena di montaggio di Sua Eccellenza, la Stupidità Umana.

Nasci, cresci, studi, lavori, crei una famiglia, muori. Per secoli abbiamo avuto la faccia tosta di procreare la nostra specie impudente; abbiamo costruito rifugi per i randagi e trappole per gli uomini, contribuendo ad alimentare la confusione su argomenti come etica, morale, diritti e doveri.
Abbiamo... hanno! Molto umilmente posso accusarmi di essere ancora l'inutile individuo che sogna un mondo diverso, e cerco di convincermene con scarsi risultati.
Sono la voce che fa perdere il senso della vita; sono il sussurro che ti suggerisce di imbracciare un arma e di aiutare qualche povero malcapitato a concludere la sua tristezza. Sono la lucidità dopo l'orgasmo.

Vivere in questo modo è una sciocca via di mezzo tra libertà e prigionia: quale modo poi? Non saprei nemmeno descriverlo; vivere con l'illusione di potere tutto, quando tutti ti instillano ciò che devi ottenere.
Allungare la vita per aver più tempo da perdere, e guadagnare di più, per spendere di più, per arricchire di più, in modo che qualcuno, te compreso, possa scordarsi più a lungo della propria inutilità.

Illudiamoci, dunque, perché davvero non c'è altro modo per trascinarci sino a domani.
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Del quid

C'è qualcosa che non va; un ingranaggio che non funziona a dovere in quell'antichissimo ordigno che chiamano "cervello". Un errore di programmazione, qualche collegamento sballato che si rifiuta di trasmettere le informazioni in maniera corretta.

Non posso credere di aver paura di allontanarmi da una persona perché associo la situazione alla morte; eppure al solo parlarne sento un inquietante senso di vuoto nel torace e sotto i piedi. 
Le vertigini sono il modo che il mio corpo sceglie per comunicarmi che è d'accordo con me, un modo che spesso detesto quasi quanto il messaggio stesso.
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Mi scuso per eventuali errori di battitura, distrazione, ignoranza.
Sono abbastanza puntiglioso, ma scrivendo di getto, capita che mi sfuggano diversi strafalcioni.
Quando (se) rileggo inorridisco per tutti quelli che incontrano il mio occhio; mi sembrano sassi spigolosi su quello che mi piacerebbe che fosse un sentiero erboso da percorrere a piedi nudi.

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