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It's hard to dance with a Devil on your back, so...

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Del rientro in città

Rieccomi, approdo sicuro, pronto a ricevere le mie mute parole.

Due anni di silenzio, e tenterò di riallacciare il nostro antico tira-e-molla: dovrei chiamarti Charlie Brown!
E se non ricordassi come si fa?
Scrivere, scrivere di getto, finché il silenzio si fa più leggero, finché i pensieri riemergono come un'eco dal buio spazio circostante; sonar mentali per investigare la mente, per aiutarmi nella ricerca di me stesso.

"Questo non sei tu!"

Ecco il titolo, in un grazioso corsivo vecchio stile, troppo arzigogolato per sembrare sincero (un po' come me, a volte): "Questo non sei tu!".
Nero su bianco. Sei il mio Magritte personale; il mio Zibaldone.
Pensieri, alla rinfusa, che giocano a rincorrersi tra gli incroci di una città fantasma; che non allungano la propria ombra nella luce trasversale di un interminabile pomeriggio d'autunno, quando il mistero dell'oro sfugge ogni teoria del colore. Impalpabili, eppure concreti; alcuni poco più che traslucide ed informi nuvolette, altri decisamente più umani (lì, c'è un pensiero che ha la forma di un inquietante personaggio alla Lynch, nascosto dietro il cassonetto in un vicolo ottenebrato; sento i suoi occhi lampeggiarmi sul collo da un po', ma non sapevo come introdurlo).

Un bambino - anzi Il Bambino (archetipo infantile) - insegue col retino il pensiero di una farfalla, che gli sfugge, non per paura, ma per evitare che egli scopra quanto fragili sono le sue ali, e rimpianga il loro gioco eterno, proteggendo entrambi dalla contaminazione del Dolore.

È un vero piacere aver rivisto un po' tutti in giro e si, sono contento che stiate bene, e no, non mi pare ci siano particolari novità e chissà, e forse, e...

Stasera spero che Amicizia e Alcool siano dei nostri; dite a tutti di fare un salto, ed al sole di tramontare per un po', che tutta questa luce è magnifica, ma il cielo notturno è un confidente migliore.
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Della realizzazione di una verità

Non potrò essere un bravo scrittore.
Scrittore è, per me, colui il quale possiede l'empatia per annichilire sé stesso nei propri personaggi: non deve capire le sue creature, deve essere loro, al fine di recuperare l'unico motore degli eventi: la volontà.
Deve gestirne volontà, paure, desideri, gusti, ed essere in grado di recuperare sé stesso dall'universo in cui ha nebulizzato la propria visione delle cose.
È un maestro dell'arte dell'autoanalisi: che è un'arte appunto, e non una scienza. Niente di meno obbiettivo. Nessuno può suggerirti quando troncare l'approssimazione del tuo inconscio.

Ricollego infine l'analisi matematica alla psicologia: è l'unico punto su cui ritorno con una sorprendente coerenza.

Negli ultimi tempi, penso di nuovo spesso al suicidio; è una buona notizia, tutto sommato, perché fintanto che ci penso sono sicuro di non commetterlo, e ciò mi tranquillizza. Tento di essere l'analista di me stesso, di fatto con non poche difficoltà. Annoto le mie sensazioni, lascio che la soluzione si schiarisca e che il fondo si depositi e cristallizzi, al fine di riuscire, al momento giusto, a decifrare il mio stato d'animo attuale. Lo faccio con la pazienza di un ricercatore convinto delle proprie idee, ma senza strumentazione. Il mio personaggio, non io, è il frutto di un'analisi retrospettiva e ha difficoltà nel produrre aspettative sul futuro.
La mia donna è una proiezione della mia mente; è una pagina vuota, letteralmente, al punto che ho difficoltà ad immaginarne l'ingombro del seno ed il calore, il calore del corpo. Sogno di scriverle addosso le citazioni che preferisco, magari che preferiamo. Differisce da M. per il fatto che mi chiedo cosa desideri a sua volta.

Cosa sei diventato, ora che rileggi le tue parole?
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Dell'eroismo, e della modestia.

Centinaia di nomi ad indicare altrettanti individui notevoli affollano le pagine.
Fossi stato Gutenberg, avrei dovuto produrre un quantitativo ridicolo dei caratteri per poter scrivere il mio nome; assurdità doppia di G ed e!
(no, di G no, i caratteri per il maiuscolo ed il minuscolo sono distinti - facciamo solo di e)
Avrei Gutenberg potuto Gutenberg esigere Gutenberg che Gutenberg in Gutenberg ogni Gutenberg testo Gutenberg il Gutenberg mio Gutenberg nome Gutenberg si Gutenberg alternasse Gutenberg tra Gutenberg una Gutenberg parola Gutenberg e Gutenberg l'(Gutenberg)altra Gutenberg.
Ma la genialità non necessità ovazioni continue; non per come vorrei intenderla, per lo meno.
Ho bisogno che la genialità sia modesta: abbiamo fin troppo colpe collettive per poterci rallegrare per ogni successo del singolo.
Quanti geni tra i nostri defunti.
Sono affetto da sindrome del sopravvissuto: cosa faccio per meritarmi l'esistenza?
Dannato ordine cosmico: se solo avessi potuto donare qualche decennio in più ad Einstein...
Qualcuno si vota alla battaglia del diritto. Causa nobile, ma demistificabile: cosa farei non avendo nulla da offrire, se non la speranza che qualcuno abbia un giorno la possibilità di offrire qualcosa - se ho successo, si ricorderanno di me lo stesso, ed avrò raggiunto comunque il mio obbiettivo.
Sarò un nome, entrerò in eterno nell'Olimpo dei mortali. Potrei addirittura ispirare qualcuno, chi lo sa?

Persona orribile, a pensar questo degli eroi, no?
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Dell'equazione senza soluzione

Se la vita è un'equazione, l'uomo non ha ancora capito come risolverla nemmeno con approssimazioni;
Peggio, non esiste nulla in grado di garantirgli che esista una soluzione.

Un problema senza una soluzione non è più un problema: è una condanna - all'ignoranza, all'insoddisfazione.
Se la vita è un'equazione, è qualcosa di molto simile a "The Game": quando te ne ricordi, hai perso.
Finché cerchi un senso, non lo troverai.
Cerca altro.
Non pensare, Pentothal, fai quello che vuoi, ma non pensare.
Non alzarti.
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Tu

Tu,
ipotetica seconda persona a cui rivolgo le mie lusinghe; ché se il fato mi diede in sorte il dono di esprimermi in maniera antiquata, l'esistenza mi maledisse col timore di rivelarmi apertamente alla persona reale.
Ti chiederei una cosa: e temo tu possa capire quale - non la dirò, per diamine.
Domani, forse.
In eterno, domani.
Sognare, domani;
oggi morire.

Così insignificante è il percorso, che lo traccio di nuovo, una volta, e poi un'altra.
Quando ogni tappa sembrerà una conquista senza che io debba aver inventato un contorto arabesco
sarò felice,
spero.

- Cedi, di già? Non è un po' prestino?
- Che vuoi farci... il mondo reclama.

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Pentothal


Tachicardia alle 2 meno venti.Odio Pentothal più che mai.Avrei voluto essere qualcun altro, qualcuno che non stesse a rimuginare su chi essere alle 2 meno venti; che fosse fuori, o dentro, e basta - invece di avere il corpo dentro e la testa fuori.Ho paura di addormentarmi, e di pubblicare; di essere ignorato, o, peggio ancora (non lo credo, ma suona bene) letto. Pensieri che ritrovano la loro onestà nel suono. Scrivo per calmare i battiti, e non credo funzioni. Oggi ho pensato allo scrivere, alle parole che devono erigere muri bianchi, isolarti dalla realtà, piuttosto che inquadrarla: letteratura di reclusione. Penso a molti, agli impensati; mi scopro a ricordare chi credevo di aver dimenticato, marchiati a fuoco sulla carne.L'odio è un sentimento molto più forte dell'amore.Ma indifferire è più semplice.


Non preoccuparti, lo sai che capita. Buona fortuna.
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Delle considerazioni banali ed inutili sul pensiero freudiano

Ho appena concluso la lettura di un trattato di Freud su ossessioni, fobie e paranoie, ed ho sentito l'impulso irresistibile di cominciare a scrivere per capire in che maniera sia mutato il mio pensiero nell'ambito della psiche umana.

Inizierò dicendo che prima di leggere il lavoro, ero decisamente restio ad attribuire alle pulsioni sessuali la centralità che lo psicanalista riconosce senza troppi dubbi. Dirò di più: proprio la curiosità di comprendere meglio il motivo che lo spingeva a supportare con tale forza la sua tesi è stata, almeno in principio, lo stimolo principale per affrontare una lettura tutt'altro che leggera, e che in realtà l'impegno richiesto era probabilmente superiore a quello che io ero disposto, od in grado, di impiegare.

Tuttavia, nonostante le numerose critiche che siano state mosse all'autore ed alla sua produzione, è impossibile non riconoscere a Freud il merito di una ricerca scientifica costante e vitale, portata avanti con grande intelligenza; mi riservo, in ogni caso, di informarmi su tali obiezioni in maniera più approfondita.

I miei problemi con ciò che ho interpretato del pensiero di Freud non sono pochi: in più di un'occasione mi è sembrato che egli si apprestasse alla materia come se muovesse i suoi passi da dogmi ed assiomi personali, che forse aveva pur dimostrato per sè stesso in una maniera che gli potesse sembrare efficace. Ma anche qui la mia scarsa conoscenza dell'argomento mi impedisce di pronunciarmi oltre.

Nel seguito, smetterò di parlare cercando di "parare i colpi"; lo farò qui, una volta per tutte, dicendo chiaramente che ciò che scriverò è frutto di impressioni personali, evidentemente suscettibili di errore.

Francamente, il primo ad essere soggetto a "fissazioni" mi è sembrato lo psicanalista stesso; pare quasi che egli, seppur in un primo momento abbia avuto il coraggio di gettarsi nel mare aperto dell'ignoto al fine di conquistare un nuovo atollo di conoscenza, abbia trovato uno scoglietto e vi si sia attaccato come una patella.
Mi spiego meglio.
Freud parte dall'idea che alla base delle psicopatologie vi siano cause sessuali (più interessante il discorso sulla predisposizione alle varie patologie stesse), e scegliendo questo o quell'elemento come punto di partenza, decompone l'esperienza del paziente di turno ricomponendola di volta in volta con artefici, a volte anche discutibili, pur di dimostrare l'efficacia del proprio metodo. Stavo cercando una citazione sul fatto che un paziente ammalato di un morbo sconosciuto otterrà tante diagnosi quanti sono gli specialisti da cui sarà visitato, ma non sono in grado di rintracciare la fonte (Pennac? Dot. House?), e probabilmente la citazione stessa è meno efficace di quello che mi sembra in questo momento.

Tuttavia, pur non sapendo se sia la mia visione ad essere cambiata nel corso della lettura, ed in maniera semi-indipendente da essa (sarebbe una coincidenza assai poco probabile), o se ancora soffro dell'influenza di una mente che tuttavia non mi vergogno di definire brillante, ultimamente sto riconoscendo al sesso un'importanza che prima gli negavo. In questo modo, reinterpreto le relazioni umane in termini di eros: con tale chiave di lettura, la scelta degli amici o l'allontanamento di questi entrerebbe in contatto con la soddisfazione o la delusione delle proprie aspettative erotiche nei confronti di questi. Si noti che dico erotiche, e non sessuali, e mi riservo in un momento che forse non verrà mai di discutere se la scelta sia convinta o frutto del pudore.

Detto ciò, il caldo mi distrae troppo dal discorso, e quindi concludo qui lasciando (momentaneamente?) in sospeso. Mi scuso per le boiate che posso aver scritto, ma se le avete lette, probabilmente ve le meritate (vi piace il sadismo?).
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Di un banale dilemma

Ora come ora, ritengo esagerato affermare di agire in base ad una "filosofia di vita" (sebbene può darsi che lo faccia, pur non avendola ancora individuata).
Tuttavia, sempre più spesso, discutendo con amici, conoscenti e, perché no, estranei, ribadisco la mia posizione: ci rendiamo conto della realtà solo nel momento in cui la percepiamo, e comunque nel modo in cui la rielaboriamo in maniera del tutto personale. Certo, spesso capita di trovare persone che condividano alcune delle nostre percezioni, almeno fino ad un  certo livello (credo che in fondo tale percezione non sia mai la stessa per due persone, ed addirittura in noi stessi essa cambi a seconda delle esperienze vissute e degli stati emotivi), ma questo non basta a convincermi che la realtà "oggettiva", ed intendo quella che dovrebbe pur esistere dal momento in cui noi la percepiamo e rielaboriamo, sia più importante di quella che creiamo in noi e per noi.

Ma... c'è un ma!
In questo quadro, non capisco in che maniera vadano interpretate le relazioni umane, che pure fin dai tempi degli antichi greci (e probabilmente anche prima) vengono elette ad esperienza imprescindibile dell'esistenza umana, diventandone addirittura, in alcuni casi, il fine ultimo.
Il mio dubbio, che probabilmente permetterebbe di comprendere meglio tutto questo mio sproloquio che a tratti potrebbe sembrare insensato (persino a me stesso) è difficile da esprimere in forma di domanda esplicita. In pratica, la mia visione soggettiva della realtà mi porta al contrasto tra la figura dell'altro come parte della mia esperienza e quella dell'altro come creatore di una realtà alternativa alla mia, seppur coesistente, di cui io non sono altro che un attore. Probabilmente non mi sono spiegato ancora bene.
Diciamo che mi sembra di essere l'autore di un libro che parla di un autore che scrive di me (ho davvero bisogno di leggere di più, se questo è il miglior modo in cui riesco ad esprimermi!).
Luca al telefono; continuerò (forse) in un altro momento.
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Della pateticità e del patetismo.


pateticità

[pa-te-ti-ci-tà] s.f. inv.
  • • Tono patetico e commovente, soprattutto in un'opera letteraria:situazione ricca di p.



    patetismo

    [pa-te-tì-smo] s.m.
    • • Carattere sentimentale e patetico; anche, sentimentalismo affettato


    A volte mi sembra impossibile che qualcuno possa leggere qualcosa di mio pugno: sono tremendamente insopportabile (persino in questo momento!).
    Quando mi rileggo avrei voglia di prendermi a pugni.



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Dei pensieri che mi vengono leggendo Bukowski, ma non necessariamente a lui leggati

Diciamolo francamente: inseguo una laurea che non mi interessa quanto dovrebbe per cercare di adattarmi ad una società che non mi rispecchia. Avrei bisogno della macchina strizza-fegato per riuscire ad adattarmi al mondo, e forse mi sottometterei spontaneamente al trattamento dopo un mesetto di bagordi.
Suonerà triste, ma non nutro grandi speranze sul futuro. O cambia il mondo, o cambio io; ed il mondo si basa su troppi millenni di stupidità in più di quanti io ne possa mai collezionare.
Sarò ripetitivo, ma forse la vita era più reale quando si combatteva per sopravvivere; i nostri avi hanno impiegato secoli e secoli ad accumulare saggezza e regole per garantirci la felicità ma, come accade quando i genitori si dimostrano troppo amorevoli, ci ritroviamo sotto una campana di vetro, soffocati dalla bambagia e quasi completamente incapaci di evadere dalla nostra prigione. Ma questo è "normale", l'idea l'ho deglutita da tempo, e la digestione è a buon punto.
Ciò che mi terrorizza è che aspetto di diventare un ingranaggio, per sentirmi parte del meccanismo: so che una vite dimenticata in un angolo perché superflua o difettosa ha poche chance di trovare un genio in grado di apprezzarla. Tutte le viti ancora inutilizzate, e le rondelle ammucchiate nello scatolo si lucidano a dovere per cercare di attirare l'attenzione dell'incapace artigiano di turno. Le più ambiziose cercano di diventare artigiani di sé stesse e per un po' riescono a dare alla loro esistenza un significato; ma alla fine scoprono di essere sempre stati nella catena di montaggio di Sua Eccellenza, la Stupidità Umana.

Nasci, cresci, studi, lavori, crei una famiglia, muori. Per secoli abbiamo avuto la faccia tosta di procreare la nostra specie impudente; abbiamo costruito rifugi per i randagi e trappole per gli uomini, contribuendo ad alimentare la confusione su argomenti come etica, morale, diritti e doveri.
Abbiamo... hanno! Molto umilmente posso accusarmi di essere ancora l'inutile individuo che sogna un mondo diverso, e cerco di convincermene con scarsi risultati.
Sono la voce che fa perdere il senso della vita; sono il sussurro che ti suggerisce di imbracciare un arma e di aiutare qualche povero malcapitato a concludere la sua tristezza. Sono la lucidità dopo l'orgasmo.

Vivere in questo modo è una sciocca via di mezzo tra libertà e prigionia: quale modo poi? Non saprei nemmeno descriverlo; vivere con l'illusione di potere tutto, quando tutti ti instillano ciò che devi ottenere.
Allungare la vita per aver più tempo da perdere, e guadagnare di più, per spendere di più, per arricchire di più, in modo che qualcuno, te compreso, possa scordarsi più a lungo della propria inutilità.

Illudiamoci, dunque, perché davvero non c'è altro modo per trascinarci sino a domani.
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Del quid

C'è qualcosa che non va; un ingranaggio che non funziona a dovere in quell'antichissimo ordigno che chiamano "cervello". Un errore di programmazione, qualche collegamento sballato che si rifiuta di trasmettere le informazioni in maniera corretta.

Non posso credere di aver paura di allontanarmi da una persona perché associo la situazione alla morte; eppure al solo parlarne sento un inquietante senso di vuoto nel torace e sotto i piedi. 
Le vertigini sono il modo che il mio corpo sceglie per comunicarmi che è d'accordo con me, un modo che spesso detesto quasi quanto il messaggio stesso.
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Della smantellazione delle certezze

"Se solo la gente capisse..."
Trovo questa frase così meschina! Cosa è che la gente non capisce? Peggio: cosa credi (e credo, cosa crediamo, insomma) di capire più della "gente"? Chi è poi questa "gente"? I parenti, gli amici, i conoscenti, gli sconosciuti, tutti assieme, o parte del tutto.

Odio le certezze, ed ogni loro forma (odio il fatto di essere certo di odiare, pur non sapendo se io, o l'odio, o le parole, o il mondo siano reali, e in che misura).
Da grande vorrei fare lo smantellatore di certezze.

Ecco, i derivati di "smantellare" mi vengono segnati come errati. Che goduria: li lascerò come sono, e mi consolerò col dubbio di averli scritti in maniera corretta: continuerò a dubitare della loro esistenza.
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Della necessità di una conferma

-Si, d'accordo, sei pazzo: possiamo andare a letto adesso?
-Eh no, tu non conti! Non vale! È come se un atleta potesse valutare da solo la propria performance! Devono essere gli altri a dirmelo: possibilmente di persona!
-Vuoi che ti sia dato del folle, insomma, ed in faccia, inoltre.
-Sarebbe tanto strano?
---
-Che poi, non hai mica necessità di dormire, a pensarci bene!
-Questo lo dici tu!
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Dello scaturire delle sensazioni

-Perché piangi?
La guardo con sospetto.
-Se hai intenzione di chiedermi cosa si prova a piangere, sappi che non è il momento migliore.
-Ti ho chiesto altro mi pare.
-Scusa; il dolore ama nascondersi a sé stesso. Comunque è passato.
...
-Ricordati di ringraziare Pierpaolo.
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Del pericolo dell'auto-isolamento

-Non sei isolato, smettila di fingere per ingraziarti le folle(?)!
-Ti cerco troppo, oggi.
-Stavo per fartelo notare io, ma a quanto pare sei stato più veloce.
-Potresti almeno lasciarmi finire di vedere il film?
-Sei tu che mi cerchi, non scordarlo!

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Delle associazioni mentali

-Vorrei vedere un film assieme a te.
-Non mi sembra una cosa così complicata, perché non provi semplicemente a chiedermelo?
-Per colpa tua. E di mio fratello.
-Tutti hanno un passato.
-Si, ma mentre il mio è morto è sepolto, il tuo è ancora importante, forse più per me che per te.
...
-L' ho trovato un po' di cattivo gusto.
-Lo so; ma mi piace che sia tu a dirmelo.
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Dei dialoghi con la mia controparte mentale.

-Cosa c'è?
-Ti spiace se ti chiamo in causa? Ho qualche problema a tradurre il mio caos cerebrale in frasi sensate. Cercherò di descrivere i tuoi atteggiamenti il meno possibile, ti avverto, per evitare di ricadere in questioni già affrontate.
-Una sorta di stupro, insomma.
-Non se tu mi autorizzi.
-... comincia pure.
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Shake It Out

Dell'autore

Unknown
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Premettendo

Mi scuso per eventuali errori di battitura, distrazione, ignoranza.
Sono abbastanza puntiglioso, ma scrivendo di getto, capita che mi sfuggano diversi strafalcioni.
Quando (se) rileggo inorridisco per tutti quelli che incontrano il mio occhio; mi sembrano sassi spigolosi su quello che mi piacerebbe che fosse un sentiero erboso da percorrere a piedi nudi.

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